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Simone Vellei

👨 Senior Backend Developer at Cybus | ☁️ Cloud Adept | 🐧Linux/IoT Expert | 🏝️ Full-remote Addicted

Abbiamo sempre fatto così: anatomia di una frase killer per l'innovazione

Esiste una frase che, pronunciata con sufficiente convinzione, può fermare sul nascere qualsiasi tentativo di innovazione. Non è volgare, non è aggressiva, anzi suona persino rassicurante. Eppure, “abbiamo sempre fatto così” rappresenta uno dei più insidiosi ostacoli alla crescita di un’organizzazione.

A prima vista sembra innocua, quasi saggia: racchiude l’esperienza accumulata, la sicurezza delle procedure consolidate, la tranquillità di ciò che è noto. Ma dietro questa apparente solidità si nasconde qualcosa di molto più pericoloso: un rifiuto implicito a mettere in discussione il presente e a immaginare un futuro diverso.

Se è troppo porno, tolgo

Se l’Italia fosse un utente internet alla ricerca di emozioni su siti porno, sono sicuro accederebbe alla categoria “Burocrazia” o, magari, “Tecnofobia”, inventate e create sul momento ad uso e consumo del bel Paese. C’e un amore viscerale per tutto ciò che prevede soluzioni pressappochiste, fuori da ogni realtà tecnica e di buon senso. L’aria è pervasa da un misto di sadomasochismo delle scelte tecniche guidate da burocrati e quella sensazione che, se ci fosse un Great Firewall come quello cinese, quasi quasi qualcuno godrebbe nell’aver applicato l’egemonia di uno stato etico. Per cui parliamo di porno, ma se è troppo, ditemelo, che tolgo.

Siamo una grande famiglia (e questo è un problema)

Il mito della grande famiglia è un concetto che ha radici profonde nella cultura aziendale italiana. Quante volte hai sentito questa frase durante un colloquio, in un meeting o come risposta ad una critica? Suona rassicurante, quasi affettuosa. Ma la verità è che, nel mondo del lavoro, questa è una delle frasi più tossiche che un manager possa pronunciare. Non è un invito alla collaborazione, ma un trucco emotivo per chiedere disponibilità illimitata, sacrifici non retribuiti e obbedienza cieca.

NATS as broker for my home server

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Questo post è stato originariamente scritto in inglese e tradotto in italiano tramite AI. Se noti errori di traduzione o passaggi poco chiari, segnalamelo pure.

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Uno dei miei ricordi d’infanzia è legato all’abitudine di mia zia di fare l’impasto per la pizza. Era il suo modo preferito per rilassarsi. Potrebbe sembrare normale, se non fosse che lei faceva la panettiera di mestiere. Ironico, vero? Il lavoro stesso che poteva essere fonte di stress era diventato il suo modo per staccare. La cosa buffa è che, dopo essere diventato sviluppatore software, mi sono ritrovato nella stessa identica situazione. Amo programmare, ma a volte ho bisogno di farlo per rilassarmi. Ed è esattamente quello che è successo quando ho iniziato a sviluppare il mio home server.

Referendum 2025, la parola ai dati

Stavo sbagliando tutto: starmene fermo tutto quel tempo, zitto, immobile. Bisogna muoversi veloci, sempre più veloci: dribbling stretti, passaggi rapidi, tutto di prima. Bisogna spiazzarli. (Ciro Ascione - Sud)

Mancano pochi giorni al referendum del 2025, che si terrà l'8 e il 9 giugno. Saremo chiamati a votare per cinque quesiti e, complice la scarsa copertura mediatica, ritengo che pochi abbiano compreso appieno le motivazioni, siano esse del sì o del no. In questo articolo cercherò di fare un po’ di chiarezza, e condividerò lo studio che ho fatto per prepararmi al voto.

Running NATS on a FreeBSD Jail

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Negli ultimi mesi ho giocato con FreeBSD e le mie schede embedded Rock64 [1] [2]. Mi sono davvero divertito con l’esperienza e ho voluto passare al livello successivo sperimentando con le FreeBSD jails. Sono rimasto sorpreso da quanto fosse facile (e logico) creare e gestire un ambiente isolato. Ho anche notato che i comandi di basso livello sono stati incapsulati in interfacce più user-friendly (come bastille), rendendo l’esperienza complessiva molto più piacevole. Per avere un vero esempio di un microservizio in esecuzione in una jail, ho deciso di provare con NATS.